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Rapporti economici bilaterali

 

Rapporti economici bilaterali

 

Il Regno Unito è la quinta economia mondiale e la seconda a livello europeo, trainata dal settore dei servizi che contribuisce per
oltre i tre quarti alla costruzione del PIL nazionale. Il settore industriale e manifatturiero e quello delle costruzioni partecipano alla ricchezza nazionale partecipano alla ricchezza nazionale per circa il 21%, mentre quello agricolo in maniera meramente residuale (meno dell’1%). L’attrattiva del Paese, da un punto di vista economico-finanziario-commerciale e come destinazione di investimenti esteri, rimane alta nonostante il rallentamento registrato successivamente al referendum del giugno 2016 relativo all’abbandono della UE (PIL incrementato dell’1,9% nel 2016 e nel 2017, del 1,4% nel 2018). Le notevoli opportunità sono dovute principalmente alla compresenza di diversi fattori quali la rilevanza di Londra (la capitale contribuisce per oltre il 12% al PIL nazionale) e della sua piazza finanziaria (la City). Inoltre, il Regno Unito vanta un ecosistema molto favorevole alla creazione di iniziative imprenditoriali, caratterizzato da barriere d’accesso ridotte, da un quadro normativo semplificato e coerente, da tassazione del reddito d’impresa estremamente competitiva (corporate tax 19% in riduzione al 17% da aprile 2020), nonché da un sistema di incentivi diretti e indiretti focalizzato su ricerca e innovazione tecnologica.

Il cambiamento di scenario, verificatosi a seguito dell’esito del referendum del 23 giugno 2016 con il quale il corpo elettorale britannico si è espresso a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, e le successive incognite legate a un percorso negoziale complesso, hanno determinato un clima di incertezza riguardo al futuro della crescita economica di questo Paese. Al fine di contenere i prevedibili contraccolpi sistemici, la Banca d’Inghilterra ha conseguentemente adottato una politica di bassi tassi quale misura di stimolo, portando il tasso di interesse allo 0,25% nel 2016, per poi rialzarlo gradualmente fino ad arrivare allo 0,75% (autunno 2019). Un clima di incertezza si è inoltre determinato rispetto al quadro complessivo dei rapporti commerciali bilaterali tra Regno Unito e Unione Europea, la cui nuova configurazione verrà a determinarsi soltanto alla conclusione dei negoziati per la Brexit, avviati dal Governo britannico il 29 Marzo 2017. Una maggiore chiarezza sulla reale portata delle conseguenze dell’abbandono britannico dell’UE sarà rilevabile solo successivamente al termine dell’attuale fase di incertezza relativa alle modalità dell’abbandono stesso.

Per quanto riguarda la valuta, uno dei primi effetti dell’esito del referendum di giugno 2016 è stato il deprezzamento della sterlina. Dal giugno 2016 questa si è infatti deprezzata di circa il 14% rispetto all’euro e di circa il 18% rispetto al dollaro USA.

Per quanto riguarda l’andamento dell’interscambio commerciale con il Regno Unito nel corso del 2018, l’Italia si è posizionata all’ottavo posto tra i paesi fornitori, mentre rappresenta il nono mercato di sbocco per le esportazioni britanniche. Viceversa, sul fronte nazionale, questo Paese rappresenta per le esportazioni italiane il quinto mercato e il decimo per le importazioni.

 

Per quanto riguarda l’andamento dell’interscambio commerciale con il Regno Unito nel corso del 2018, l’Italia si è posizionata all’ottavo posto tra i paesi fornitori, mentre rappresenta il nono mercato di sbocco per le esportazioni britanniche. Viceversa, sul fronte nazionale, questo paese rappresenta per le esportazioni italiane il quinto mercato e il decimo per le importazioni. La dinamica dei flussi commerciali conferma il saldo positivo a favore dell’Italia. La bilancia commerciale risulta nettamente favorevole per il nostro Paese (23,4 miliardi euro di export contro 11,1 miliardi di import nel 2018), con esportazioni italiane verso il Regno Unito in crescita continua dal 2012. In relazione a incertezze determinate dall’abbandono britannico della UE, uno studio ICE-Prometeia ha elaborato alcune proiezioni rispetto ai possibili scenari post-Brexit. Secondo tali proiezioni la perdita complessiva per l’export italiano potrebbe attestarsi tra gli 800 milioni di euro (il 4% del nostro export verso lo UK) i 4 miliardi di euro (21%), a seconda del tipo di accordo di futura partnership economica che si sarà in grado di raggiungere.

L’importante interscambio rende quello britannico il nostro quinto mercato di sbocco (dopo Germania, Francia, Stati Uniti e Spagna), assorbendo nel 2018 il 5,1% dell’export italiano complessivo. Il paese costituisce inoltre il secondo maggiore mercato, dopo gli Stati Uniti, per saldi attivi delle esportazioni italiane nel mondo con un valore di 12,3 miliardi di euro nel 2018.

In particolare, secondo i dati elaborati da ICE-Agenzia, l’export italiano nei confronti del Regno Unito, nel corso del 2018, ha registrato una variazione del +1,1% rispetto all’anno precedente, a conferma del positivo trend di crescita iniziato nel 2012, a fronte di un incremento delle importazioni dal Regno Unito pari al +1,3%. Relativamente al primo trimestre 2019 il saldo commerciale è stato pari a 2,3 miliardi di sterline, in leggero aumento rispetto agli 1,9 miliardi dello stesso periodo nel 2018. Il settore dell’export italiano è trainato dal comparto dei macchinari (2,5 miliardi di euro nel 2018), da quello degli autoveicoli (1,3), da quello farmaceutico (1), dell’abbigliamento (1,2) e da quello delle bevande (1). Le maggiori esportazioni britanniche verso l’Italia riguardano il settore degli autoveicoli (1,5), il comparto farmaceutico (0,9), quello dei macchinari (0,5) e quello dei prodotti chimici (0,45).

Per quanto riguarda le imprese italiane investitrici nel Regno Unito, il settore energetico è il primo per fatturato grazie al contributo delle attività di ENI e di diverse consociate del gruppo. Il settore della difesa è il secondo più rilevante, rappresentato principalmente dal gruppo Leonardo, mentre quello degli autoveicoli si pone al terzo posto con i diversi marchi del Gruppo Fiat-Chrysler. II settore degli elettrodomestici vede in primo piano il gruppo Merloni (Indesit), il gruppo Candy (Hoover) ed il gruppo De Longhi (Kenwood).

Tra le altre imprese italiane con impianti produttivi e che hanno investito nel Regno Unito vanno senz’altro ricordate Prysmian, Tratos, Seda Packaging Group, Bifrangi, Zambon (che ha rilevato l’azienda britannica Profile Pharma), Assicurazioni Generali, TerniEnergia, Green Network, Reflex&Allen, Mapei, Digital Bros, Kinexia, Laminazione Sottile. Inoltre, il fondo d’investimento italiano Investindustrial ha acquisito una partecipazione nel noto marchio automobilistico britannico Aston Martin.

Menzione a parte meritano anche tutti i marchi prestigiosi del Made in Italy dei settori della moda e del design quali, tra i tanti, Armani, Versace, Prada, Loro Piana, Brunello Cucinelli, Dolce&Gabbana, Max Mara, Bulgari, Ermenegildo Zegna, Tod's, Furla, Sergio Rossi, Natuzzi, Scavolini, Alessi, Guzzini, Moleskine, Piquadro, nonché i marchi dei gruppi OTB (Diesel, Maison Margiela), Calzedonia (Calzedonia, Intimissimi, Tezenis, Falconeri) e Vicini (Vicini, Giuseppe Zanotti Design), che negli ultimi anni hanno investito ingenti risorse nella promozione e distribuzione sul mercato britannico, in particolare a Londra, tramite l’apertura di showroom e punti vendita.

Tra le più rilevanti operazioni compiute da gruppi italiani nell’ultimo decennio si segnalano l’acquisto dell’industria dolciaria Thorntons da parte di Ferrero (2015), l’acquisizione del gruppo Stag e delle sue controllate da parte di ALA (2016), gruppo che opera nella distribuzione, logistica e fornitura di servizi per l’industria aerospaziale, nonché quella da parte della società NXET, gestore di C2C (City to Coast) per i collegamenti tra la città di Londra e la regione del South Essex, da parte di Trenitalia UK (2017). Negli scorsi mesi inoltre la joint venture First Trenitalia West Coast Rail ltd., costituita in partnership da Trenitalia UK (30%) e dalla multinazionale del trasposto su rotaia e gomma First Group (70%), è risultata assegnataria della concessione denominata West Coast Parnership per la gestione dei collegamenti ferroviari tra Londra ed Edimburgo con diramazioni a Birmingham, Manchester, Liverpool e Glasgow. La
concessione (2019-2031) prevede la gestione della rete convenzionale (intercity) e, dal 2026, la definizione del modello e la gestione del primo tratto della rete ad alta velocità britannica (Londra-Birmingham).

Anche il settore finanziario costituisce uno dei fulcri principali nei rapporti economico-bilaterali tra i due Paesi, in quanto Londra e la sua City rappresentano una delle prime piazze finanziarie a livello globale nonché una base di partenza per investimenti diretti in Europa anche da parte di numerosi investitori asiatici e del Nord America. I principali gruppi bancari italiani operanti nel settore finanziario sono Unicredit, Intesa-San Paolo (che ha di recente aperto una filiale specializzata nel private banking), Banca IMI, Mediobanca. Altro asset di fondamentale importanza è stata l’acquisizione da parte di London Stock Exchange Group di Borsa Italiana avvenuta nel 2007. Molto attivi su questa piazza sono inoltre fondi italiani di private equity, hedge fund e family office.

Accordi e intese in campo fiscale

• Accordo tra il Governo italiano e il Governo delle Isole Cayman sullo scambio di informazioni in materia fiscale, firmato a Londra il 3 dicembre 2012 (entrato in vigore il 13 agosto 2015)

• Accordo tra il Governo italiano e il Governo di Jersey sullo scambio di informazioni in materia fiscale, firmato a Londra il 13 marzo 2012 ( entrato in vigore il 26 gennaio 2015)

Convenzione del 5.11.1990 n. 329 tra il Governo della Repubblica Italiana ed il Governo del Regno Unito di Gran Bretagna e d'Irlanda del Nord per evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, firmata il 21.10.1988 (in vigore il 30 dicembre 1990)


Organizzazioni economiche internazionali che hanno sede a Londra


La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS)

L’Organizzazione internazionale del Caffè (ICO)

Il Consiglio Internazionale dei Cereali (IGC)

L’Organizzazione internazionale dello zucchero (ISO)

 


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