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Domande frequenti (Frequently Asked Questions)

 

Domande frequenti (Frequently Asked Questions)

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Brexit e status dei cittadini UE nel Regno Unito

 

ultimo aggiornamento: 10 aprile 2018

DOMANDE E RISPOSTE PUBBLICATE DALLA COMMISSIONE EUROPEA

In data 12 dicembre 2017, la Commissione Europea ha pubblicato un'utile documento disponibile in lingua inglese e in lingua italiana contenente Domande e Risposte sui diritti dei cittadini UE e UK dopo la Brexit costruite sui principi contenuti nel rapporto congiunto dell’8 dicembre 2017, che è alla base della bozza di accordo di recesso concordata alla vigilia del Consiglio europeo del 22-23 marzo 2018. 


SEZIONE DOMANDE FREQUENTI A CURA DELL'AMBASCIATA

Che cosa è la Brexit? Il Regno Unito è già uscito dall’Unione europea?
Con il termine Brexit, di invenzione giornalistica, si intende l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (“Britain + exit”=Brexit).

Ad oggi il Regno Unito non è ancora uscito dall’UE, la Brexit non si è ancora verificata e quindi i cittadini UE continuano a godere di tutti i diritti derivanti dai Trattati europei, incluso in materia di libertà di circolazione e di libertà di stabilimento.

Nel referendum tenutosi in data 23 giugno 2016, i cittadini del Regno Unito hanno votato per l’uscita del Paese dall’Unione europea. A seguito di legge di autorizzazione del Parlamento britannico (16 marzo 2017), il Primo Ministro britannico, Theresa May ha notificato all’Unione europea – in data 29 marzo 2017 – l’intenzione di uscire dalla UE. Secondo la procedura prevista dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, dalla data della notifica decorre un termine di due anni entro il quale il Regno Unito e la UE dovranno negoziare un accordo che disciplini le modalità dell’uscita dall’Unione europea, tenendo conto del quadro delle sue relazioni future con la UE.

In data 8 dicembre 2017 i team negoziali UE e UK hanno pubblicato un rapporto congiunto attraverso cui illustrano le intese raggiunte durante la prima fase dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I punti su cui le parti hanno raggiunto un accordo di massima riguardano: diritti dei cittadini europei residenti in UK e diritti dei cittadini britannici residenti nell’Unione Europea, accordi in materia finanziaria, accordi sulla delicata situazione Nord-Irlandese. Successivamente, alla vigilia del Consiglio europeo del 22-23 marzo 2018, Commissione e Regno Unito hanno trovato un primo accordo su una bozza di accordo di recesso che traduce in termini giuridici il rapporto congiunto. Tale bozza di accordo di recesso comprende anche un’intesa su un periodo transitorio (o implementation period come definito da parte britannica) che decorrerà dal 29 marzo 2019 (alla scadenza dei due anni previsti dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea) fino al 31 dicembre 2020.

L’intesa sui diritti dei cittadini – sulla quale è stato raggiunto il pieno accordo - è contenuta in 28 articoli nella Parte II (Artt. 8-35, Titoli I-IV) della bozza di accordo di recesso:
• Il Titolo I (artt. 8-11) riguarda le disposizioni generali sui diritti dei cittadini.
• Il Titolo II (artt. 12-27) disciplina i diritti e doveri.
• Il Titolo III (artt. 28-31) regola il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale.
• Il Titolo IV (artt. 32-35) affronta le altre disposizioni.

Il quadro è completato per gli aspetti generali dai seguenti articoli:
• art. 4 n. 1 (secondo comma) della Parte I (disposizioni comuni): che stabilisce l’effetto diretto delle disposizioni sui diritti dei cittadini e la conseguente disapplicazione delle norme britanniche contrastanti;
• artt. 151-152 del Titolo I della Parte VI (disposizioni istituzionali e finali): sulla possibilità di rinvio da parte dei giudici UK alla Corte di Giustizia nell’ambito di procedure avviate entro 8 anni (dalla fine del periodo transitorio o dalla data del recesso a seconda dell’oggetto della controversia); sull’istituenda autorità di controllo dell’applicazione delle norme sui cittadini in UK.


Per entrare nel Regno Unito oggi ho bisogno del passaporto o basta ancora la carta d’identità?
Per entrare nel Regno Unito non è necessario il passaporto, ma è sufficiente la carta d’identità. Nel caso in cui si possegga una carta d’identità in formato cartaceo particolarmente lisa o rovinata è tuttavia consigliabile rinnovarla prima di effettuare il viaggio. In casi del genere, infatti, per il timore di trovarsi di fronte ad un documento falsificato, la polizia britannica di frontiera potrebbe chiedere al titolare della carta d’identità di esibire il passaporto o altro documento d’identità con fotografia.


Per viaggiare in UK oggi ho bisogno del visto? E in futuro?
No, per i cittadini UE oggi non c’è bisogno di alcun visto per entrare in UK. E nessun visto sarà necessario fintanto che il Regno Unito resterà ancora nell’UE. Saranno esentati dal visto anche i cittadini UE che saranno legalmente residenti in UK alla fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020) e che si saranno registrati presso le Autorità britanniche (queste ultime stanno mettendo a punto un sistema semplificato per ottenere il c.d. “settled status” equivalente alla residenza permanente) Quel che succederà in seguito, per i cittadini UE che intendano entrare in UK dopo la fine del periodo transitorio, dipenderà dall’esito dei negoziati tra UK e UE. Attualmente, per incoraggiare turismo e affari, è uso comune che con Paesi con i quali il Regno Unito ha forti legami –ad esempio Nuova Zelanda, Svizzera, Norvegia e Stati Uniti – da parte britannica non si richiedano visti.


Per entrare in UK per lavorare o studiare ho bisogno del visto? E in futuro?
Nessun visto è necessario oggi, né verrà richiesto ai cittadini UE almeno fino all’uscita definitiva del Regno Unito dall’UE, nemmeno per lavorare o studiare. I cittadini UE che sono già soggiornanti nel Regno Unito prima della fine del periodo transitorio continueranno a poter passare da una categoria di attività all'altra. In altre parole, gli studenti potranno cominciare a lavorare (e rientrare nella categoria dei lavoratori subordinati), chi esercita un'attività lavorativa subordinata potrà andare in pensione (e rientrare nella categoria delle persone autosufficienti), le persone autosufficienti potranno iniziare degli studi e così via.
Tuttavia, la questione dell’immigrazione per lavoro e studio sarà una delle più delicate tra quelle che attendono i negoziatori sul quadro delle future relazioni tra l’UE e il Regno Unito. Infatti, la libera circolazione delle persone è un elemento chiave del mercato unico europeo, ma è anche uno degli argomenti centrali adoperati dalla vittoriosa campagna del “Leave”. Secondo quanto dichiarato più volte dalle Autorità britanniche è possibile che dopo la Brexit (cioè dopo la fine del periodo transitorio), in caso di abolizione completa della libera circolazione, sia i lavoratori altamente qualificati, sia gli studenti avranno accesso ad una procedura semplificata per ottenere il visto. Ma è ancora presto per dirlo.


E’ possibile ancora ottenere un lavoro in UK? E in futuro?
Sì è possibile. Per i cittadini UE la possibilità di lavorare, a tempo pieno o parziale, non è stata intaccata dal risultato del referendum del 23 giugno 2016. I cittadini UE titolari di un contratto di lavoro alla fine del periodo transitorio potranno continuare a lavorare in UK anche dopo. Per quanti entreranno in UK successivamente, la situazione sarebbe la stessa solo se il Regno Unito decidesse di restare nel mercato unico accettando la libera circolazione delle persone. In caso contrario - e secondo quanto dichiarato finora dalle Autorità britanniche si va in questa direzione - una volta che il Regno Unito sia definitivamente uscito dalla UE, dovrebbero essere introdotte forme di controllo all’accesso per lavoro e limitazioni per alcune tipologie di lavoro.


E’ necessario presentare ora all’Home Office la richiesta di certificato di residenza permanente in UK per quelli che risiedono qui da oltre 5 anni?
No, fino al momento in cui il Regno Unito resterà nella UE non è necessario per i cittadini UE richiedere il certificato di residenza permanente per vedersi riconosciuto il diritto di residenza. Come ammettono le stesse Autorità britanniche – che scoraggiano i cittadini UE dal presentare ora una domanda di certificato di residenza permanente - per i cittadini UE i diritti di circolazione e stabilimento derivano direttamente dalle norme europee (Trattato e Direttiva 2004/38) e non dipendono da una conferma da parte britannica. Gli unici casi in cui è necessario presentare una richiesta di certificato di residenza permanente riguardano (i) i familiari non diretti di un cittadino dello Spazio Economico Europeo o della Svizzera, (ii) chi abbia intenzione di sponsorizzare la richiesta di visto del proprio partner sulla base delle norme britanniche sull’immigrazione (Immigration Rules), (iii) il cittadino UE che voglia avviare la procedura per l’ottenimento della cittadinanza britannica. In quest’ultima ipotesi il previo ottenimento di un certificato di residenza permanente costituisce, secondo la legge britannica, una tappa necessaria della procedura per acquisire la cittadinanza.

Fino ad oggi, la procedura stabilita dalla legge britannica per la naturalizzazione e per l’ottenimento del passaporto britannico per i cittadini UE prevede i seguenti requisiti: (a) sei anni almeno di residenza nel Regno Unito; (b) l’ottenimento del certificato di residenza permanente. Si ricorda che la legislazione sulla cittadinanza, come negli altri Paesi UE, ha carattere nazionale ed è totalmente svincolata dalla appartenenza o meno all’Unione Europea. Per questo motivo, il Regno Unito è libero di cambiare le regole applicabili alla naturalizzazione ed al rilascio del passaporto britannico in qualsiasi momento a prescindere dalla Brexit.

Peraltro, la Brexit non avrà conseguenze su quanti siano già oggi titolari di doppia nazionalità, italiana e britannica, in quanto entrambi i Paesi ammettono la doppia nazionalità.

Al di fuori dell’ipotesi di richiesta della cittadinanza britannica, i cittadini UE restano comunque liberi di decidere se presentare o meno una richiesta di certificato di residenza permanente e l’eventuale certificato rilasciato da parte britannica avrebbe in quel caso unicamente valore “ricognitivo” del diritto di residenza che discende, come detto, direttamente dalle norme europee e darebbe diritto a una procedura semplificata per la concessione del cd. “settled status” (vedi prossimo paragrafo).

In ogni caso, a partire dalla Brexit (dopo il 29 marzo 2019) ed entro sei mesi dalla fine del periodo transitorio (30 giugno 2021) tutti i cittadini UE residenti nel Regno Unito (o che risulteranno residenti alla fine del periodo di transizione) - inclusi quelli che avessero già ottenuto il certificato di residenza permanente - dovranno registrarsi richiedendo all’ Home Office il c.d. “settled status” per potersi vedere garantiti i diritti acquisiti riconosciuti dall’ accordo di recesso (in sostanza gli stessi diritti di cui godono oggi). I titolari di certificato di residenza permanente potranno vedersi convertito gratuitamente questo certificato nel nuovo “settled status” quasi automaticamente, previa presentazione della richiesta, controllo dell’identità, conferma della permanenza della residenza nel Regno Unito e controllo della fedina penale.

Con l’occasione, si ricorda che per i cittadini italiani la registrazione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) è obbligatoria ai sensi della legge italiana. Peraltro, proprio perché prevista solo dalla legge italiana, la registrazione all’AIRE non costituisce prova di residenza ai sensi della legislazione britannica.


E’ vero che per presentare la richiesta di certificato di residenza permanente devo compilare un formulario di 85 pagine e devo consegnare il passaporto per vari mesi allo Home Office?
Premesso che la richiesta di un certificato di residenza permanente per un cittadino UE e dell’Area Economica Europea non è necessaria per esercitare il diritto di libera circolazione e stabilimento, una volta presentata, tale richiesta viene valutata dalle Autorità britanniche sulla base della normativa interna britannica di attuazione delle norme europee sulla libera circolazione. Le Autorità britanniche forniscono le relative indicazioni sul loro sito.

Sul predetto sito sono disponibili tutte le informazioni necessarie. Tra l’altro vi si specifica che:

- le richieste presentate per posta ordinaria (Royal Mail) devono essere fatte compilando un modulo di 85 pagine. In tal caso continua a essere richiesto l’invio della copia originale del passaporto che viene trattenuto dall'Home Office fino alla fine della procedura;

- è necessario riportare nel formulario prove documentali relative a tutti i periodi di assenza superiori ai 6 mesi al di fuori del Regno Unito nel corso della permanenza nel Paese.

- le richieste possono essere presentate anche online. In questo caso, il modulo da compilare è semplificato rispetto a quello cartaceo di 85 pagine e le Autorità britanniche non trattengono fisicamente il passaporto: attraverso il sistema European Passport Return Service, è possibile limitarsi a mostrare personalmente il passaporto che viene quindi immediatamente restituito al titolare. Si tratta di una facilitazione che è stata introdotta nell’ottobre 2016 anche a seguito delle segnalazioni fatte dall’Ambasciata italiana alle competenti Autorità britanniche.

Tra le facilitazioni introdotte dalla procedura di richiesta online si segnala il fatto che:

- i periodi di lavoro subordinato nel Regno Unito possono essere provati con i certificati annualmente emessi dai datori di lavoro noti come “P60”, che sono trattati anche come prova della residenza continuativa, riducendo il complessivo onere probatorio cartaceo a carico del richiedente;

- non è necessario con la richiesta online presentare la lista dettagliata e completa dei giorni di assenza dal Regno Unito;

Alcune categorie di persone, tuttavia, non possono presentare la richiesta online, tra cui i familiari non-UE che presentino richiesta separatamente dal cittadino UE e gli studenti o le persone autosufficienti che siano finanziariamente responsabili di altri familiari, ovvero che facciano affidamento su un altro membro della famiglia per il sostegno finanziario.

In generale, lo Home Office ha l’obbligo di rilasciare il certificato di residenza permanente nei sei mesi successivi alla presentazione della domanda (par. 19 (EEA) Regulations 2016) come stabilito peraltro dall’art. 10(1) della Direttiva n. 2004/38. Nella prassi, ci viene peraltro segnalato che è difficile poter ottenere un risarcimento o altro rimedio nel caso in cui l’Home Office vada oltre con i tempi.

Si ricorda, tuttavia, che almeno fino alla fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020) non è necessario ottenere un certificato di residenza permanente per continuare a entrare e risiedere nel Regno Unito e che i certificati di residenza permanente eventualmente rilasciati dall’Home Office saranno invalidati e dovranno essere convertiti (previa richiesta) nel nuovo “settled status”.


Dopo la Brexit a chi sarà garantito di poter restare in UK?
La bozza di accordo di recesso indica che UE e UK intendono garantire il diritto di residenza permanente ai cittadini che siano già legalmente residenti alla fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020).

Inoltre, si intende garantire la possibilità di ricongiungimento ai familiari (*) del titolare del diritto di residenza permanente alla fine del periodo transitorio e ai figli nati o adottati prima o dopo la fine del periodo transitorio (**).
(*) 1. Coniuge 2. partner che abbia contratto unione registrata all’interno di uno stato membro dell’UE 3. ascendenti diretti a carico, anche del coniuge o del partner
(**) Discendenti diretti di età inferiore ai 21 o a carico, anche del coniuge o partner


Sono stato per anni legalmente residente nel Regno Unito senza avere richiesto un certificato di residenza permanente. Dovrò però assentarmi prima della fine del periodo transitorio e per un periodo che vada oltre il 31 dicembre 2020. Potrò richiedere la residenza permanente (il settled status) al mio rientro?

Sulla base di quanto stabilito dalla bozza di accordo di recesso, le decisioni in merito all’acquisizione del settled status (residenza permanente) dopo la fine del periodo transitorio verranno prese secondo i criteri oggettivi in esso stabiliti (nessuna discrezionalità) e sulla base di condizioni identiche a quelle previste nella direttiva UE sulla libera circolazione, n. 38 del 2004, nella quale gli articoli da 16 a 18 conferiscono il diritto al soggiorno permanente a chi abbia soggiornato legalmente per cinque anni.
L'accordo di recesso non richiede la presenza fisica nello Stato ospitante alla data del recesso del Regno Unito: sono ammesse le assenze temporanee che non pregiudicano il diritto di soggiorno. In particolare, la possibilità di ottenere il settled status non sarà pregiudicata da assenze temporanee che non superino complessivamente sei mesi all’anno, ne’ da assenze di durata superiore per l’assolvimento degli obblighi militari, ne’ da un’assenza di dodici mesi consecutivi al massimo dovuta a motivi rilevanti, quali gravidanza e maternità, malattia grave, studi o formazione professionale o il distacco per motivi di lavoro in un altro Stato (UE o Stato terzo).

Una volta acquisito, invece, il diritto di residenza permanente (settled status) si perde unicamente a seguito di un’assenza dal Regno Unito per un periodo di cinque anni consecutivi.


E’ ancora possibile l’accesso al servizio sanitario nazionale britannico (NHS)? Cosa accadrà in futuro?
Come per molte altre questioni, per i cittadini UE la copertura sanitaria non subirà modifiche fino all’uscita definitiva del Regno Unito dall’UE. Attualmente, i servizi sanitari dei paesi UE rimborsano l’NHS per i servizi ospedalieri offerti ai rispettivi cittadini, permettendo loro di avere accesso alle stesse cure dei cittadini britannici. Il rapporto congiunto, pubblicato al termine della prima fase negoziale, indica che UK e UE hanno l’intenzione di continuare a garantire questi rimborsi ai titolari del diritto di soggiorno, sia temporaneo sia permanente, che si trovano in UK al momento del Brexit, per tutta la durata del soggiorno, residenza o trattamento sanitario. 


La Tessera Europea di Assicurazione Malattia continuerà ad essere valida?
In modo simile, la validità della TEAM non ha subito modifiche dopo il risultato del referendum del 23 giugno 2016 e vi è l’intenzione di non apportare modifiche fino alla fine del periodo di transizione. La validità futura dello schema TEAM è garantita per i cittadini con diritti acquisiti sulla base dell’accordo di recesso. Per chi invece arriva in UK dopo la fine del periodo di transizione, essa dipenderà dagli accordi presi tra l’UE e il Regno Unito per il futuro post-Brexit.


E’ vero che per ottenere dall’Home Office il certificato di residenza permanente devo avere una assicurazione malattia privata (“comprehensive sickness insurance”)?
Sì, al momento è necessario avere una assicurazione malattia privata per ottenere il certificato di residenza permanente. Si tratta di un requisito considerato necessario solo per le persone qualificate come “self-sufficient” e per gli studenti. I lavoratori subordinati e quelli autonomi non hanno bisogno di provare di essere titolari di una comprehensive sickness insurance ai fini dell’ottenimento del certificato di residenza permanente. La richiesta di una assicurazione malattia privata è motivata dalle Autorità britanniche con l’interpretazione che esse danno alle norme UE sulla libera circolazione delle persone (Direttiva 2004/38), nel senso di ritenere non sufficiente la possibilità di accedere all’NHS (sistema sanitario nazionale). Si tratta di una interpretazione sulla quale la Commissione europea e gli altri Stati membri non concordano. Da parte britannica si è già indicata la volontà unilaterale di non richiedere più il certificato di “comprehensive sickness insurance” ai fini dell’ottenimento del “settled status”, vale a dire del riconoscimento della residenza permanente a favore dei cittadini UE residenti in UK alla fine del periodo transitorio.


Dopo il referendum e’ cambiato qualcosa in materia di oneri contributivi e previdenziali?
Gli oneri contributivi e previdenziali, nonché l’effetto delle totalizzazioni per i periodi di contribuzione continuano ad essere disciplinati dei regolamenti 883/2004 e 987/2009. Ci si aspetta che tali norme restino in vigore almeno fino alla fine del periodo di transizione (31 dicembre 2020) e che restino valide per i cittadini UE con diritti acquisiti sulla base dell’accordo di recesso (che godranno del cd. “settled status”). Per chi arriva in UK dopo la fine della transizione, questi obblighi saranno probabilmente oggetto di una nuova disciplina a seguito dell’accordo sui futuri rapporti tra UE e UK. Peraltro, in materia restano in vigore fino alla Brexit anche gli accordi bilaterali conclusi tra la Repubblica Italiana ed il Regno Unito ai fini dell’attuazione della disciplina in questo settore.


Che effetti ha la Brexit sugli attuali studenti UE in UK?
Lo status degli studenti UE, il livello delle tasse universitarie, nonché l’accesso ai prestiti studenteschi e alla possibilità di lavorare, non sono cambiati alla luce dell’esito del referendum del 23 giugno 2016. In base alle intese consacrate nella bozza di accordo di recesso concordata alla vigilia del Consiglio europeo “art. 50” del 23 marzo 2018, tutti i cittadini UE soggiornanti nel Regno Unito che soddisfano le condizioni per il riconoscimento del nuovo status del Regno Unito dopo la Brexit manterranno il diritto di soggiorno e quello alla parità di trattamento. Per gli studenti che hanno iniziato i loro studi nel Regno Unito prima della fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020), ciò significa che continueranno a pagare le stesse tasse universitarie dei cittadini britannici e a poter usufruire dei prestiti per la copertura di tali tasse. Per quanto riguarda l'accesso agli aiuti al mantenimento agli studi, quali le borse di studio o i prestiti per gli studenti, gli studenti UE che rientrano nel campo di applicazione dell'accordo di recesso continueranno a beneficiare delle stesse norme di cui beneficiano oggi. A tali diritti si applicheranno eventuali future modifiche delle politiche interne applicabili ai cittadini del Regno Unito. Per quanti arriveranno in UK dopo la Brexit, la situazione sarà disciplinata alla luce dell’esito dei negoziati sul futuro dei rapporti UE-UK.


Le tasse universitarie resteranno invariate?
In base alle intese raggiunte nella bozza dell’accordo di recesso concordata alla vigilia del Consiglio europeo di marzo 2018, gli studenti UE che intendono fare domanda per un corso di laurea presso un’università, o altro istituto UK, prima della fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020), continueranno a beneficiare, per tutta la durata dei loro corsi di studio, dello stesso livello di tassazione, dei prestiti e delle sovvenzioni messi a disposizione degli studenti UK, anche nel caso in cui il Regno Unito dovesse nel frattempo completare le procedure per l’uscita dall’Unione europea (v. sul sito web). Probabilmente, questo cambierà per quei cittadini che cominceranno gli studi in UK dopo l’uscita ufficiale del Regno Unito.


E per quanto riguarda i prestiti universitari?
Gli studenti UE attualmente iscritti ad università UK, o che cominceranno un programma prima della fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020), sono ancora eleggibili per prestiti e borse di studio negli stessi termini previsti per gli studenti britannici. Come per le tasse universitarie, ciò probabilmente cambierà per chi comincerà gli studi dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE.


Cosa succederà al programma Erasmus?
Il risultato del voto referendario su Brexit non ha avuto impatti sullo status degli studenti UE né sulla loro eleggibilità per borse di studio, incluse quelle Erasmus. I negoziati stabiliranno cosa accadrà dopo l’uscita del Regno Unito. In ogni caso, già oggi 5 Paesi, pur non facendo parte dell’UE, partecipano integralmente al programma Erasmus, versando i relativi contributi al bilancio UE, mentre molti altri hanno stabilito forme diverse di collaborazione.


E alle altre forme di collaborazione bilaterali (doppie lauree, programmi di scambio, ecc.)?
I programmi di scambio, doppie lauree e altre forme di collaborazione, escluso l’Erasmus, non sono influenzati direttamente dalla Brexit. Perciò, la maggior parte dei programmi, bilaterali e non, rimarranno probabilmente invariati a prescindere dai negoziati per l’uscita del Regno Unito.


E’ cambiato qualcosa per i finanziamenti per i programmi di ricerca? Saranno aboliti?
Sul tema dei finanziamenti per i programmi di ricerca, segnaliamo che il Ministero del Tesoro britannico ha sin dall’inizio rassicurato che le organizzazioni britanniche che risultino vincitrici di concorsi pubblici su progetti di ricerca nel quadro del programma europeo “Horizon 2020”, precedentemente all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, riceveranno l’ammontare totale del finanziamento, senza alcuna detrazione. Ciò si verificherà anche se i progetti in questione saranno portati a conclusione successivamente alla Brexit. Tale concetto e’ stato ribadito chiaramente anche nel Libro Bianco (White Paper) pubblicato dal governo britannico il 2 febbraio 2017: “For bids made directly to the Commission by UK organisations (including for Horizon 2020, the EU’s research and innovation programme and in funds for health and education), institutions, universities and businesses should continue to bid for funding. We will work with the Commission to ensure payment when funds are awarded. HM Treasury will underwrite the payment of such awards, even when specific projects continue beyond the UK’s departure from the EU.”


Dopo la Brexit sarà possibile continuare a guidare nel Regno Unito con la patente italiana (oppure guidare in Italia con la patente britannica)?

La questione del riconoscimento reciproco delle patenti di guida formerà oggetto di negoziato in vista dell'accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e UE.
Ad oggi, l'unica cosa che si può dire è che alla data del recesso (oggi fissata al termine della fase transitoria, al 31 dicembre 2020) - e in assenza di nuovo accordo tra Regno Unito e UE - cesserà il riconoscimento reciproco delle patenti di guida. Si riporta di seguito un estratto del documento pubblicato in gennaio dalla Commissione europea sull'impatto del recesso del Regno Unito sul settore dei trasporti su strada:
"Driving licence:
According to Article 2 of Directive 2006/126/EC, driving licences issued by Member States of the Union are mutually recognised. As of the withdrawal date, a driving licence issued by the United Kingdom will no longer be recognised by the Member States on the basis of this legislation.
The recognition of driving licences issued by third countries is not addressed in Union law but regulated at Member States level. In Member States which are Contracting Parties to the 1949 Geneva Convention on Road Traffic, this Convention applies."
L'intero documento è reperibile su questa pagina web.


Esistono incentivi al rientro per i cittadini italiani residenti in UK?
Non esistono misure specifiche di incentivo al rientro per i cittadini italiani che vogliano lasciare il Regno Unito a seguito della Brexit. Sono tuttavia in vigore misure di carattere generale -e valide in alcuni casi sia per cittadini italiani che non italiani - che mirano a facilitare o incentivare lo stabilimento lavorativo, accademico, fiscale e previdenziale in Italia.
In materia previdenziale, valgono le considerazioni circa la totalizzazione dei periodi di lavoro svolti in UK con quelli in Italia, già espresse in risposta alla domanda Dopo il referendum è cambiato qualcosa in materia di oneri contributivi e previdenziali? (v. sopra, nonché i siti web dell'Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS) e InfoPrevidenza.

In materia fiscale, la legge 11 dicembre 2016, n. 232 (c.d. “Legge di bilancio 2017”) ha introdotto misure volte ad agevolare le persone fisiche (anche non italiane) che trasferiscono la residenza in Italia per svolgervi un’attività di lavoro -per le quali è prevista una tassazione agevolata dei redditi prodotti in Italia- e misure volte ad agevolare le persone fisiche che si trasferiscono in Italia a prescindere dallo svolgimento di una particolare attività lavorativa, per le quali è prevista una tassazione agevolata dei redditi prodotti all’estero. Maggiori informazioni sono disponibili qui.

Tre specifiche iniziative sono infine in vigore infine per incoraggiare e facilitare il rientro dei cervelli sul territorio nazionale. Il programma Giovani Ricercatori Rita Levi Montalcini, che seleziona ventiquattro soggetti all’anno per un contratto triennale di ricercatore presso Università statali italiane e si rivolge ad esperti italiani e stranieri in possesso di titolo di dottore di ricerca o equivalente da non più di 6 anni, impegnati stabilmente all’estero in attività di ricerca o didattica da almeno un triennio. La struttura FARE, che finanzia interventi volti all’attrazione dei vincitori di grant ERC (European Research Council). In particolare, viene erogato un finanziamento aggiuntivo a favore dei ricercatori che abbiano vinto bandi ERC delle tipologie starting grant, consolidator grant o advanced grant e che abbiamo optato per un'istituzione italiana avvalendosi dell’istituto della portabilità. Le chiamate dirette, che sono un canale di reclutamento che prescinde dalle ordinarie procedure di selezione, e consente agli Atenei italiani di chiamare direttamente ricercatori, professori e studiosi a tempo determinato stabilmente impegnati all’estero in attività di ricerca o insegnamento a livello universitario da almeno un triennio, previa autorizzazione del Ministro dell’Istruzione.


Per eventuali quesiti ai quali non si dovesse trovare riscontro nelle domande frequenti, è possibile scrivere alla casella e-mail dedicatalondra.brexit@esteri.it 

 

Disclaimer:
I regolamenti applicabili, le circolari e la modulistica dell’Home Office sono soggetti a continuo aggiornamento, per cui si invita chi legge a verificare se ci siano stato delle modifiche rispetto alla data della pubblicazione delle FAQ.

I negoziati sull’accordo di recesso sono ancora in corso e le relative disposizioni entreranno in vigore soltanto dopo la ratifica di tale accordo da parte dell’UE e del Regno Unito.

 


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