Aggiornamento 25/02/2026
Il Regno Unito è il secondo Paese più popoloso d’Europa, dopo la Germania, a fronte di una settore agricolo relativamente piccolo. Ne derivano una forte vocazione commerciale e un disavanzo strutturale negli scambi con l’estero di prodotti agroalimentari, che pesa per il 28% sul deficit commerciale complessivo del paese. Il grado di autosufficienza alimentare del Regno Unito si attesta in media intorno al 60-62%, a seconda dei prodotti. Il Paese resta molto dipendente dall’estero per il consumo di ortofrutta, di cui copre solo il 17% del consumo.
Il deficit della bilancia commerciale del Regno Unito per l’aggregato agroalimentari, bevande e tabacco, si attesta nel 2025 su oltre 42 miliardi di sterline, segnando un deterioramento ulteriore pari a circa il 6%, su base annua (Fonte His Majesty Revenue & Customs – HMRC). Il disavanzo, si accentua particolarmente nei confronti dei partner commerciali extra UE, peggiorando del 21%, mentre il deficit negli scambi con i paesi del blocco UE peggiora del 2,5%.
Ampliando l’orizzonte temporale al periodo 2020-2025, rispetto al quinquennio precedente, pre-Covid e pre-Brexit, si osserva che le importazioni sono cresciute rapidamente in valore, a un tasso molto più alto rispetto alle esportazioni.
Queste ultime hanno nondimeno ricevuto una relativa spinta all’aumento dalla stipula di nuovi accordi commerciali con Paesi non-UE i cui effetti continueranno a manifestarsi man mano che le clausole pattuite verranno implementate. Gli alti standard produttivi del Regno Unito, in confronto a quelli presenti in numerosi partner commerciali firmatari di tali accordi, pongono tuttavia una serie di preoccupazioni sia agli agricoltori britannici che ne risulterebbero svantaggiati che ai consumatori.
Gli scambi commerciali con i paesi UE risultano, invece, significativamente deteriorati negli anni dopo la Brexit. Le esportazioni britanniche hanno segnato un calo del 23% in volume nel periodo 2020-2025, in confronto al quinquennio precedente. Analogamente, l’import dai paesi UE, sebbene meno consistente, ha evidenziato diffusi “segni meno” a seconda delle categorie di prodotto.
Le associazioni di categoria, sia dal lato dell’agricoltura che dell’industria alimentare, confidano nell’implementazione del nuovo accordo SPS (misure sanitarie e fitosanitarie), nell’ambito del “reset” con l’UE, per mitigare le criticità alla base dell’assottigliamento dei flussi commerciali. Le associazioni richiedono, tuttavia, maggiore trasparenza nell’implementazione dell’allineamento dinamico alle norme SPS dell’Unione Europea e soprattutto un periodo di transizione che consenta agli operatori il tempo necessario di adeguarsi laddove la divergenza normativa dopo la Brexit è stata più consistente. Per citare i principali ambiti di divergenza: il settore dei prodotti chimici autorizzati in agricoltura e i relativi residui consentiti (MRL – Maximum residum level); le norme sull’agricoltura biologica; e i requisiti in materia di etichettatura dei prodotti alimentari. Si chiede, inoltre, di assicurare alcune eccezioni all’allineamento dinamico, in primis riguardo alle tecniche di evoluzione assistita (TEA) o Precision Breeding, alle regole sulla vaccinazione dei bovini contro la tubercolosi bovina.
ESPORTAZIONI DEL REGNO UNITO– Le esportazioni britanniche di prodotti agroalimentari, incidono per il 6% sull’export complessivo del Paese e ammontano a oltre 26 miliardi di sterline nel 2025, con un incremento del 5% su base annua. L’UE assorbe il 58% delle esportazioni per l’intero aggregato. Il principale partner commerciale del Regno Unito, dal lato dell’export, resta l’Irlanda, con una quota in valore del 18%, seguita da Francia (11%) e Stati Uniti (10,7%). L’Italia, in nona posizione, assorbe una quota del 2% dell’export britannico nella categoria, pari a 539 milioni di sterline, con un +3% rispetto al 2024. Ancora in flessione l’export verso i Paesi Bassi (-2%), mentre guadagnano terreno le vendite verso Belgio (+21%) e Spagna (+12%), Emirati Arabi Uniti (+10%) e Turchia (+34%), tra gli extra UE. Tabella 1
Il prodotto più esportato dal Regno Unito è, in valore, il whisky, che pesa da solo per il 21% sull’export dell’intera categoria. A seguire il Salmone, la Cioccolata, il Latte e grassi del latte, il Formaggio, le Carni bovine, le Bevande analcooliche, la Carne ovina, il Gin e i Cereali da colazione.
IMPORTAZIONI DEL REGNO UNITO – Le importazioni del Regno Unito di tutto l’aggregato agroalimentare, comprensivo di bevande e tabacco, hanno fatto registrare nel 2025 un incremento del 5,8% rispetto all’anno precedente, attestandosi su 68,8 miliardi di sterline, pari al 9% dell’import complessivo del Paese. Tabella 2
La crescita delle importazioni è guidata in particolare dai flussi provenienti dai paesi non UE, che si attestano a quasi 21 miliardi di sterline e segnano un +12% nell’anno in esame. Guidano la classifica gli Stati Uniti (+13%), il Brasile (+17%) e la Cina (+11%).
L’Unione Europea resta, tuttavia, il principale fornitore di prodotti agri-food, coprendo il 70% della domanda estera, pari a 48 miliardi di sterline, in ulteriore aumento del 3% rispetto al 2024. Guardando ai singoli paesi membri, i Paesi Bassi sono il principale fornitore del Regno Unito, con una quota del 12%, seguiti da Irlanda e Francia (entrambi al 9%), Belgio (8%) e Germania (7%). L’Italia, ferma in settima posizione, copre il 6% dell’import britannico di prodotti agroalimentari.
I prodotti più importati, sempre in valore, sono i Prodotti ortofrutticoli, sia freschi che trasformati, che incidono sull’import complessivo per il 22%, le Carni fresche e trasformate, con oltre il 13%, seguono le voci Caffe, te, cacao e spezie, Bevande (in particolare vino), Cereali e derivati (in particolare i prodotti da forno), ciascuna con una quota del 11%. Si evidenziano aumenti diffusi del flusso di importazione in valore per quasi tutte le principali categorie di prodotto, con poche eccezioni come il Vino, gli Oli e grassi, in particolare Oli di oliva, e la voce Zucchero e miele. Si conferma per queste voci la contrazione dell’import anche sul piano dei volumi, ad eccezione degli Oli di Oliva, i cui acquisti oltre Manica segnato un +12%, nell’anno in esame. Si segnala, inoltre, l’aumento consistente dei Mangimi animali con un +17% in quantità e un +3% in valore. Tabelle 3-4
FOCUS ITALIA-REGNO UNITO
Il 30% dell’export britannico verso l’Italia in valore riguarda le Bevande alcoliche, segnatamente Gin (11%) e Whisky (10%), seguiti, in ordine di importanza, dai Prodotti lattiero caseari (18%), in particolare il Burro e altri grassi del latte, e le Carni fresche e trasformate (11%), soprattutto Carni ovine (5%) e bovine (4%). Consistenti i nostri acquisti dal Regno Unito di Derivati dei cereali (8%) e Prodotti ittici (8%), soprattutto crostacei e molluschi. Da segnalare il calo in valore nell’ultimo anno dell’export verso l’Italia di Bevande alcoliche e Carni, tra i principali settori, a fronte di aumenti a due cifre per l’export di Carni ovine, Prodotti ittici e Derivati del latte, segnatamente Burro e grassi del latte.
L’export italiano di prodotti agro-alimentari, bevande e tabacco ammonta a 4,3 miliardi di sterline nel 2025, con un’incidenza del 18% sull’export complessivo dell’Italia verso il Regno Unito, pari a 23 mila miliardi. Le vendite oltre Manica segnano un incremento di quasi il 6% in valore, facendo registrare un aumento del 2%, rispetto all’anno precedente. Al primo posto le Bevande alcoliche, con una quota sul totale del 25%, di cui il solo vino rappresenta il 18%. Seguono gli Ortofrutticoli e i Cereali trasformati, ciascuno con una quota del 19%, i Lattiero caseari, 10% e la voce Caffe, te cacao, 9,5%.
Le vendite di Lattiero caseari fanno evidenziare un aumento dei listini medi che rendono brillante la performance dell’export in valore (+13%) e, analogamente, il Caffe, te cacao segna un +19% in valore, a fronte di una contrazione dei volumi esportati del 3%. Le vendite di olio di oliva aumentano in volume del 31% ma diminuiscono del 6%in valore. Buona la performance della Carne fresca e trasformata, che segna un aumento delle esportazioni sia in valore (+18%) che in quantità (+12%).
Si registra invece un calo dell’export, sia in volume che in quantità, per alcuni prodotti iconici del Made in Italy: il pomodoro trasformato, che segna -4% e -2%, rispettivamente, e la pasta, -2% e -1%. Tabelle 5-6
POSIZIONE DELL’ITALIA TRA I TOP FORNITORI DEL REGNO UNITO – Guardando ai principali prodotti importati dal Regno Unito ed al ranking dei principali paesi di approvvigionamento, la Spagna è il principale fornitore di ortofrutticoli, freschi e trasformati, seguita dai Paesi Bassi e dal Belgio. L’Italia si colloca in quarta posizione, sia in volume che in valore, assicurando il 5% dell’import britannico della categoria. Tabelle paesi prodotti
Guardando, invece, ai pomodori freschi e trasformati, l’Italia è il primo fornitore in volume, con una quota del 27%, mentre è preceduta dai Paesi Bassi in termini di valore. In entrambi i casi, il 2025 fa registrare una diminuzione delle nostre vendite. Siamo, inoltre, primo fornitore assoluto per la pasta, garantendo il 54% degli approvvigionamenti del Regno Unito in volume ed il 42% in valore.
Per le esportazioni di vino, l’Italia assicura oltre il 20% degli approvvigionamenti del Regno Unito, sia in volume che in valore, collocandosi, rispettivamente, in prima e in seconda posizione, dopo la Francia. Considerando la contrazione di circa il 5% dell’import britannico di vino nell’anno in esame, sia in volume che in valore, si può considerare positivamente la performance del vino italiano, che guadagna il 6% in quantità e il 2% in valore.
L’Italia è il secondo esportatore in valore per i formaggi, preceduta dall’Irlanda e seguita dalla Francia. Guardando ai volumi dell’export di prodotti caseari, il ranking vede l’Italia in quinta posizione, dopo Irlanda, Francia, Danimarca e Germania. Ottima la performance dei caseari nel 2025, con un aumento dell’export italiano del 4% in volume e del 16% in valore, rispetto al 2024.
Per la categoria degli oli di oliva, l’Italia segue la Spagna, collocandosi in seconda posizione, coprendo quasi un quarto degli acquisti in valore e il 18% in volume. Si segnala, tuttavia, un drastico calo dei listini medi, se si considera che a fronte dell’aumento dei volumi esportati del 31%, l’export in valore segna un calo del 6%.